APPROFONDITETTO #2 – Spazio di analisi e condivisione curato dalle operatrici e dagli operatori dell’ARPJTETTO​

Vi presentiamo una nuova rubrica dedicata alle riflessioni sulle questioni di genere, con un’ottica che parte dalle pratiche di tutti i giorni della casa-famiglia “Il Tetto madre-bambino".​

Una questione di genere

di Enrica Muraglie, operatrice della casa-famiglia “Il Tetto madre-bambino”

Il 30 ottobre le operatrici della casa-famiglia, le volontarie del Servizio Civile e il direttivo dell’associazione hanno partecipato a un incontro formativo con la Cooperativa Sociale BeFree. Per l’occasione, le operatrici di BeFree sono venute a trovarci al salone del Tetto. È stato un pomeriggio di formazione e confronto sul tema della violenza di genere. Se “casa è un insieme di pratiche” – come dice Giusi Palomba nel suo libro “La trama alternativa” – di sicuro la nostra è oggi più grande. Abbiamo fatto spazio a nuove riflessioni e accolto i suggerimenti e le strategie educative delle colleghe operatrici antiviolenza. La nostra rete continua ad ampliarsi.

Da quel pomeriggio è nata l’idea di creare dei laboratori per le donne e i bambini ospiti della casa-famiglia, su cosa è (o non è) il consenso, cos’è la violenza e come riconoscerla.

Non chiamiamolo revenge porn. 

Uno dei modi in cui la violenza di genere si esplicita è il cosiddetto “revenge porn” (letteralmente: vendetta porno), un’espressione che ci è utile per individuare il reato in questione ma che può essere fuorviante.

Parliamo della diffusione non consensuale di materiale intimo, ovvero un reato disciplinato dall’articolo 612 ter c.p. (noto anche come Codice Rosso). Implica la cessione di materiale intimo, fotografico o video a terze parti senza il consenso della persona immortalata o ripresa. Non si può parlare di “vendetta” perché non c’è qualcosa da dover vendicare. Non si può parlare di “porno” perché il materiale trasmesso a terze parti era inizialmente destinato alla sfera privata: la divulgazione manca perciò del consenso che è invece presente nel porno.

Il triste caso di Tiziana Cantone fu il primo in Italia a destare attenzione su un tema delicato come la condivisione non consensuale di materiale intimo. Nel 2015 alcuni suoi video vennero divulgati dal suo ex compagno e finirono dalle chat degli amici di lui ai social media. Le piattaforme come Facebook furono incapaci di gestire la questione. Il materiale divenne addirittura oggetto di canzoni, vignette, magliette, tazze e la vicenda divenne così ingestibile da impedire a Cantone di trovare un altro lavoro, costringendola a cambiare regione. Tiziana Cantone si uccise il 13 settembre 2016. La legge all’epoca era impreparata e i giornali non presero posizione. Ci si rese conto che un click poteva distruggere la vita di una persona.

La condivisione non consensuale di materiale intimo è un fenomeno che investe nel 90% dei casi soggetti di sesso femminile, ma è sempre più diffuso anche nella comunità LGBTQIA+. Come nelle altre forme di violenza, anche qui la persona coinvolta smette di essere soggetto agente e diviene oggetto che subisce. E forse è proprio questo che dovremmo tenere a mente quando cerchiamo di capire cosa è violenza e cosa non lo è.

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